
I primi documenti che testimoniano il passaggio della scrittura dal latino al volgare sono “l’indovinello veronese”, redatto tra la fine dell’VIII o l’inizio del IX secolo, e il “placito capuano”, redatto nel IX secolo.
L’indovinello veronese è un enigma riportato in calce a un codice, e si presuppone che sia stato scritto da un chierico amanuense il quale, nella stesura del testo, adopera termini latini in via di trasformazione.
Il nome deriva dal fatto che fu scoperto nel 1924 da Luigi Schiaparelli sul recto della pagina 3 del codice LXXXIX custodito nella Biblioteca Capitolare di Verona.
Il codice ha origini spagnole, sicuramente di Toledo, e successivamente fu portato a Cagliari, per poi giungere a Verona.
In calce a questo codice si legge :

† separebabouesalbaprataliaaraba&albouersorioteneba&negrosemen seminaba
† gratiastibiagimusomnip(oten)ssempiterned(eu)s
Che trascritto diventa :
Se pareba boves
alba pratalia araba
albo versorio teneba
negro semen seminaba
Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne deus
Seppure i latinismi restano numerosi, i volgarismi che si osservano nell’indovinello sono numerosi, per esempio, nella frase “Se pareba boves” il “Se” invece di “sibi”, nella frase “albo versorio teneba” il “versorio” invece di “versorium”, nella frase “ negro semen seminaba” il “negro” invece di “nigro”
La traduzione dell’indovinello e le relative risposte sono :

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