
Molti si chiedono come siano nati i dialetti, come si sia passati dal latino all’italiano o quale lingua si parlasse in Italia nel Medioevo. Per soddisfare queste curiosità, ripercorriamo insieme le tappe più importanti nella storia della nostra lingua.
Nell’antichità, la stragrande maggioranza del popolo era analfabeta; solo una piccola parte di persone sapeva leggere e scrivere. Di conseguenza, esistono due percorsi distinti tra la lingua scritta e quella parlata.
Durante l’Impero Romano, il latino classico scritto subì lentamente delle modifiche, ma rimase pressoché invariato dal V al X secolo. Questa forma di latino scritto prese il nome di “Latino Medioevale” o “Ecclesiastico”.
Il latino orale, invece, si differenziò in una miriade di parlate locali. Ogni gruppo o comunità tendeva ad apportare modifiche, valide solo in quel determinato luogo o territorio.
Questa moltitudine di parlati viene definita “volgare”, dal latino “vulgus”, che significa popolo.
Con il tempo, questi parlati volgari vennero messi per iscritto. Le prime prove del passaggio dal latino al volgare scritto si trovano nell’“Indovinello Veronese”, redatto tra la fine dell’VIII o l’inizio del IX secolo, e nel “Placito Capuano”, redatto nel IX secolo.
Dopo la caduta dell’Impero Romano, ogni regione restò isolata, e ne derivò un’estrema frammentazione linguistica. Così, tra l’XI e il XIII secolo, divenne prassi parlare e scrivere nel volgare della propria zona, mentre il latino scritto continuò la sua evoluzione come lingua usata dagli intellettuali.
Con il termine “Italiano volgare”, non si intende dunque una lingua unica, ma l’insieme di varietà linguistiche diverse dal latino scritte in Italia nel Medioevo.
In Italia si svilupparono maggiormente il volgare umbro, il volgare toscano e il volgare siciliano. Tra questi volgari, sarà il volgare toscano, usato da Dante nella “Divina Commedia”, a emergere sugli altri e a diventare via via la lingua italiana che parliamo oggi.
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